81db – Nostos
Album review
Questo è l’ultimo lavoro di una band particolare, a cui mi sono avvicinato per il loro supporto alla pagina di Metal Hogs. Gli 81db offrono delle sonorità che ricordano i System of a Down, quell’alternative/groove con melodie adorabili, riffoni nello stomaco e strutture relativamente progressive, con tanto di stacchi simil-folk. In generale quest’album ha un tono particolarmente greco, dovuto alle origini del chitarrista: dal titolo dell’album stesso e delle canzoni “Hybris” e “Eastern Tango”, ai frequenti stacchi acustici nelle canzoni dove possiamo apprezzare il suono del Bouzouki (la loro versione più ganza del nostro Mandolino).
L’album inizia con Hybris, che dal greco si può tradurre come “arroganza” ma in realtà vuol dire molto di più. La canzone mostra subito ciò che di ganzo hanno da offrire gli 81db: il riffone peso da scapellamento, quelle melodie che entrano in testa e si fanno cantare per giorni, tecnica impeccabile da parte di tutti i musicisti, approccio prog che rende il tutto più interessante. Insomma, una bella vetrina. Segue Eastern Tango, che mostra da subito l’intensa influenza folk greca con il Bouzouki e le melodie esotiche della chitarra. Qui iniziamo anche a sentire la presenza del pitch shifter nei riff, molto reminiscente dei Gojira, che conferma il loro approccio unico al loro stile di metal. Dopodiché abbiamo una traccia di transizione, Echoes, in cui sentiamo un sample di qualche decade fa accompagnato da delle note particolarmente inquietanti, riproposte poi in Oblivion, che continua coi groove intensi e il pitch shifter e ripropone un bridge acustico particolarmente emozionante. Arriviamo a Whispers of the Eternal Veil, che per la prima parte ha una qualità quasi Sludge, con questi accordi molto aperti e l’atmosfera pesante e leggermente malinconica. Dopodiché la canzone si incazza un po’ e ci spiattella un riffone bello carico.
Arriviamo alla seconda parte dell’album, con due canzoni più melodiche, Infinite Layers e Reverie, che portano a mio parere i ritornelli più orecchiabili e contagiosi (perché li ho cantati per una settimana). Poi arriva Argonautica, una traccia strumentale relativamente breve (circa quanto una canzone punk molto lunga). Fin dal riff iniziale si sente subito l’influenza di Daron Malakian, che probabilmente ha suonato qualcosa di simile coi suoi Scars on Broadway. La canzone tra l’altro è particolarmente allegra, sicuramente energica, e ripropone il Bouzouki per quelle melodie esotiche che rendono unico quest’album. Giunge uno dei singoli principali, The Imposter, che sicuramente ha fatto ridere altri gen Z di bassa cultura che ricordano i trend del 2020. Se sono l’unico mi devo preoccupare. Quanto alla musica, questa canzone ripropone un po’ tutte le belle caratteristiche del disco, similarmente a Hybris. Groove coinvolgente, ritornello intenso, stacchi epici dove succedono tante cose, e il PROG. La traccia di chiusura Jump to Hyperspace ricorda quasi i Rammstein, ma poi prende una direzione tutta sua ed è veramente interessante. Sicuramente la più veloce del disco, presenta anche un riff simil-Thrash/Metalcore molto buono per far pogare. Questa canzone usa accordi e armonie strane, veramente uniche, che lasciano tensione ma ogni tanto concedono positività.
Complessivamente, ogni canzone rappresenta sonoricamente ciò che raccontano il titolo e il testo, il che rende tutto più compatto e immersivo e lo adoro. Un disco veramente ben composto e bilanciato che sazia la fame ma lascia un po’ di appetito. Fortunatamente hanno altri 3 dischi e posso soddisfare i miei peccati di gola.

